Pasolini, Achille Lauro e l’arte dello scandalo

di Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci.

Nella sua ultima intervista del 31 ottobre 1975, condotta da Philippe Bouvard, Pasolini dichiarò: “Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere. Chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista”. Sono d’accordo.

Mi viene in mente una foto dove P.P.P. esibisce una cintura con l’iconica fibbia del Gucci anni ‘70, e che elementi vintage come quello sono stati sapientemente mixati da Lallo (Alessandro Michele) ad un certo “gender fluid” contemporaneo: le ballerine da uomo della SS ‘16 scandalizzarono non poco.

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas sul set della “Medea”
Achille Lauro e il suo chitarrista Boss Doms a Sanremo

Più glitter e meno testosterone insomma. Ne sa qualcosa Achille Lauro, che a Michele deve le sua tutina luccicante di Sanremo e il resto degli outfit.

 

 

Anche Lauro, a pensarci bene, è un po’ pasoliniano. Prendiamo la sua canzone “Roma” con Simon P. :

Fiji de ‘na sciacalla

In piazza del rione ci giocano a palla

Trenta regazzini tutti sulla palla

Trenta minuti per sfiorarla

Falla, che guarda mamma Roma quant’è bella all’alba

Ti buca l’anima co ‘na zaccagna

Figlio di zoccola, figlia di cagna

Versi che mi fanno subito pensare a quei ragazzini di borgata in cui Pasolini vide il Riccetto del suo Ragazzi di vita o Tommaso Puzzilli di Una vita violenta, sempre in cerca di vita ed emozioni, di umanità incontaminata: c’è un celebre passo in cui il Riccetto, quel ragazzino così scapestrato e birbante, si tuffa nel Tevere per salvare una rondine che sta affogando.

Penso poi ad Accattone, poi inevitabilmente a Mamma Roma, alla Magnani con le rughe che le donano, madre che, per dirla proprio alla pasoliniana, con “disperata vitalità” desidera una vita diversa per il suo Ettore.

E credo che Achille Lauro abbia forse pensato a tutto questo quando ha scritto i suoi versi.

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