Felipe Cardeña, una tenda hippy per abbattere confini e differenze

di Nadira Farah Yaseen

Un vero e proprio workshopdurato diverse settimane, che ha visto la partecipazione di decine di studenti dell’Accademia di Venezia, intenti in un certosino, a tratti quasi ossessivo, lavoro di taglio e cucito, di discussioni e di ricerche “sul campo”, tra rigattieri, venditori di tessuti e bancarelle, per cercare nuove stoffe e scegliere gli abbinamenti giusti di colore e di lavorazione, per terminare con una grande festa pop. È il laboratorio che si è svolto nel giardino dell’Isola di San Servolo, nell’ambito degli eventi della Biennale di Venezia, volto alla realizzazione di un’installazione dal retrogusto hippy e panreligioso, intitolata “The Temple of the Spirit”, e costituita da una grande tenda, in perfetto stile zingaresco, ma con un mix di riferimenti e di influenze tra le più svariate (arabe, indiane, africane, berbere, mongoliche).

L’autore? È Felipe Cardeña. Ma, come accade in quasi tutti i progetti di questo artista atipico e inafferrabile, la grande tenda dal sapore nomade-pop è stata in realtà realizzata da un collettivo di ragazzi che hanno lavorato in completa libertà creativa ed espressiva, partendo dall’idea originaria dell’artista e sviluppandola poi secondo la loro sensibilità ed esperienza.

Così è avvenuto, anche in passato, in numerose occasioni, in molti progetti firmati da Felipe Cardeña, come si può evincere dal suo sito, o dalle numerose testimonianze che è facile reperire in rete: come nel caso di Megusta soñar, il film-documentario realizzato dall’artista e regista Desiderio Sanzi a Cuba, che nel 2013 è andato sulle tracce dell’artista per le strade de L’Avana; o, in Cina, nel 2013 e nel 2014, con numerosi workshop messi in piedi in collaborazione con le Accademie d’arte di diverse città cinesi, da Pechino a Shanghai fino a Wuhan (provincia di Hubei) e a Changsha (provincia dello Hunan), che hanno portato alla realizzazione di grandi composizioni a collage e anche di quadri dipinti a olio, che riprendevano il peculiare linguaggio dell’artista, riportandolo però in un ambito di folklore pop, con figure carismatiche della cultura popolare cinese, come il giovane eroe-soldato della Rivoluzione, Lei Feng, immerso nel tipico sfondo floreale di Felipe (Lei Feng Project). E così è avvenuto, ancora, a Rio de Janeiro nel 2014, con la realizzazione di un immenso quadro, raffigurante un Ganesh immerso nei fiori, realizzato, con l’aiuto dei ragazzi della favela del Morro do Alemão, sul tetto di un edificio, nell’ambito della più grande mostra d’arte a cielo aperto del mondo, “Deu na Telha”; e così avviene, ci informa sempre il web, tutt’ora anche in Italia, con la crew dei “Cardeña street Boys”, che realizzano per proprio conto, e in piena autonomia creativa, opere di arte pubblica, come wall painting (col progetto di arte sociale contro la fame nel mondo Hungry for Art), e poi muri, edicole e di recente anche cabine semaforiche (col progetto Energy Box, a Milano), sempre nell’ambito di iniziative sociali o di arte urbana.

L’opera di Felipe Cardeña appare così, sempre di più, un progetto collettivo, di partecipazione e condivisione, spesso anche con intenti e finalità sociali. In questo quadro va dunque collocata, a nostro parere, la realizzazione dell’installazione “The Temple of the Spirit”, che ha visto coinvolti i ragazzi dell’Accademia di Venezia, nelle diverse discipline nelle quali si sviluppa oggi l’insegnamento artistico: dalla pittura (con la realizzazione di un singolare effetto di trompelœilall’interno della tenda, con il palo centrale dipinto con l’immagine ripetuta di Vishnu che si sdoppia rispetto alla stessa immagine riprodotta sul fondo, con un singolare effetto di tridimensionalità), al multimediale (con la realizzazione di un cortometraggiointeramente realizzato dagli stessi studenti dell’Accademia), alla musica (con la colonna sonora dello stesso), fino alla manualità del taglio e del cucito sui tessuti, oltre che del ricamo e del lavoro a uncinetto (secondo una scuola che negli ultimi anni ha visto una forte rivalutazione di queste tecniche artigianali), nella realizzazione vera e propria della tenda.

Del resto, la stessa iconografia della tenda ha una sua tradizione nell’arte contemporanea più recente, seppure con declinazioni molto diverse. Basti pensare alla tenda realizzata nel 1997 da Tracey Emin, intitolata Everyone I have ever slept with!, nella quale l’artista inglese, come di consueto, aveva elencato i nomi di tutti gli uomini con i quali era andata a letto; o quelle realizzate in India da Francesco Clemente, in collaborazione con artigiani locali.

Nel caso di Felipe Cardeña, la grande tenda diventa invece una sorta di tempio aleatorio, privo di porte e di muri, ispirato a una sorta di sincretismo religioso che non si sofferma su un’unica forma di divinità, ma nel quale l’idea stessa della natura, con la sue mutevoli e colorate forme, diventa la metafora stessa del divino, in una sorta di spiritualità immanente e diffusa ovunque: vengono in mente, a proposito di questo misterioso “Tempio dello spirito”, le parole di una poetessa e mistica araba, Rabia of Basra, considerata la più famosa e venerata donna sufi, che in una delle sue liriche cantava: “Nella mia anima vi è un tempio, un santuario, una moschea, una chiesa dove mi inginocchio/La preghiera ci dovrebbe portare ad un altare dove non esistono muri o nomi/Non c’è una regione d’amore in cui la sovranità non è per niente illuminata,/dove l’estasi viene versata in se stessa e si perde,/ dove l’ala è completamente viva ma non possiede mente o corpo?/ Nella mia anima vi è un tempio, un santuario, una moschea, una chiesa/che si dissolve, che si dissolve in Dio”.

E proprio a una sorta di “dissolvimento in Dio”, o in una forma di panreligiosità senza definizioni né sacerdoti né confini di sorta, sembra ispirarsi l’installazione odierna di Felipe Cardeña, sospesa tra riferimenti a un’idea di pace universale di sapore vagamente hippy (si pensi non solo alla decorazione generale della tenda, che si ispira all’iconografia abitativa di certe etnie indiane e caucasiche e alla tradizione degli accampamenti sinti e rom, ma anche alle parole ricamate con pazienza certosina all’esterno della stessa, che contengono slogan di chiara matrice beat, quali “Peace”, “Love”, “Flowers”, “Revolution”, “Flower Power”, etc.), e più in generale riferimenti all’iconografia indiana, araba, africana e sciamanica (divinità indù, mandala, disegni tradizionali africani, simboli esoterici etc.). In questo senso, appaiono particolarmente calzanti le parole del critico cinese Ji Shaofeng, che, nel testo del catalogo pubblicato in occassione dell’installazione alla Biennale (Maretti editore) scrive che Felipe Cardeña “crea uno scenario all’interno del quale tempo e spazio sono interconnessi, mentre l’est e l’ovest si fondono tra loro. Nel profondo della sua anima sono presenti un immaginario e un’illusione sconfinata, intrisi di mistero e di nostalgia verso l’Estremo Oriente: potremmo anche definirlo come una sorta di ‘sonnambulismo’ o di visione onirica”.

Ecco allora che l’invito, nell’ambito della Biennale di Venezia, da parte di un Padiglione come quello della Repubblica Araba di Siria, paese in questi anni al centro di un conflitto drammatico e di un esodo migratorio di massa, che sta mettendo in luce le debolezze e l’impotenza della politica dell’Occidente di fronte alle problematiche dell’avanzamento dei fondamentalismi religiosi da una parte, e delle singole identità culturali, etniche e religiose dall’altra, oltre che dei problemi posti dall’incedere dell’omologazione e del livellamento forzato della società globalizzata, offrono una chiave di lettura del tutto particolare a un’installazione dal così marcato taglio panculturale e panreligioso, al punto da assumere il tono di un vero e proprio invito al superamento delle differenze religiose, culturali, identitarie in favore di un’unica idea di fratellanza universale. Così come la sua collocazione nei bellissimi e armoniosi giardini dell’Isola di San Servolo diventa un elemento di grande forza simbolica, per un’installazione dal titolo fortemente ispirato come The Temple of the Spirit, quasi a rappresentare un punto fuori dal tempo, dai confini e dalla geografia politica, luogo di meditazione e di raccoglimento che unisca e superi le diverse identità spirituali e religiose. Al suo interno trova infatti posto la figura di una divinità, arricchita da gioielli, ninnoli, pietre e perle, come doni offerti in forma di ringraziamento dai fedeli al di là delle singole credenze religiose.

E lo stesso progetto condiviso di gioiosa e divertita partecipazione collettiva, sotto l’egida felicemente irregolare e multiforme dell’imprendibile estro di Felipe Cardeña, da parte di vasti gruppi di giovani di diverse etnie e provenienze che, dall’Europa all’Asia al Brasile, fino a una città multiforme e internazionale come Venezia, contribuiscono a realizzare, con la loro energia creativa, il lavoro dell’artista, appare perfettamente in linea con questa volontà di abbattere barriere, condividere democraticamente e generosamente idee, credenze, pratiche artistiche, germi di creatività ovunque rintracciabili e riscontrabili in giro per il mondo.

(traduzione di H.Y. Zaman)

english translation

Felipe Cardeña | The Temple of the Spirit

Padiglione della Repubblica Araba Siriana

Isola di San Servolo, Venezia

Catalogo Maretti Editore

Google Cultural Institute

Tent of the Rising Sun