Butterei giù la statua di Montanelli perché è orrenda, non perché raffigura Montanelli

di Emanuele Beluffi.

L’ultimo è stato Penny, reo (ma forse è un caso di omonimia, chissà) di esser stato un mercante di schiavi nel XVIII secolo: la toponomastica è “Lane”, il nome è “Penny” e qualunque fan dei Beatles la associa alla celeberrima foto che immortala i fab four in fila indiana sulle strisce pedonali di Penny Lane a Londra verso la loro casa discografica. Gli iconoclasti arrabbiati del network Black Lives Matter hanno lasciato la parola “Lane” e al posto di “James” ci hanno scritto sopra con lo spray nero l’epiteto “RACIST”.

Intanto a Parliament Square il sindaco Sadiq Kahn, da cui ci si poteva aspettare una certa acquiescenza verso i pasdaran dell’antirazzismo, ha eretto attorno alla statua di Winston Churchill un parallelepipedo dall’aria artistica vagamente brutalista per proteggere “the man with a cigar” da eventuali altri divellatori arrabbiati dopo il loro attacco a Bristol al monumento di Edward Colston (anche Churchill è accusato di esser stato un razzista).

L’eco degli intransigenti iconoclasti è ovviamente arrivata anche in Italia sulla scia degli inginocchiati speciali in Parlamento e il primo ad esser stato preso di mira è stato (Cil)Indro Montanelli: i Sentinelli milanesi volevano buttar giù la sua statua nei giardini di via Palestro perchè, durante la spedizione in Abissinia del 1935, comprò e sposò una ragazzina di 12 anni.

Ho scritto “volevano” perché perfino il sindaco Giuseppe Sala, già accondiscendente con gli arcobaleni e con la maggioranza che nel 2016 lo portò a Palazzo Marino, si è opposto invece alla rimozione della statua del giornalista dai Giardini di Porta Venezia.

E invece no: la statua di Montanelli andrebbe buttata giù, non per quello che raffigura (Montanelli, appunto) o per quello che rappresenta (il matrimonio con una ragazzina in Eritrea e lungi da me la volontà di condannare Montanelli: anche Edgar Allan Poe sposò Virginia Clem quando la ragazzina aveva 12 anni), ma semplicemente perché è orrenda.

L’ho sempre detto: questa statua, con quelle superfici piatte color rame vecchio che ricordano un grammofono, era il peggior modo che si potesse immaginare per tributare Montanelli. È una statua senz’anima, fatta da un dilettante, da un artigiano maldestro, sembra l’opera della restauratrice Cecilia Gimenez che rifece il viso a quel povero Cristo dell’affresco; non so chi l’abbia fatta questa statua, non è importante, non mi interessa: fa cagare e basta.

Sempre a Milano, un altro monumento che se-io-fossi-il-sindaco-butterei-subito-giù, è il celeberrimo dito di Maurizio Cattelan: all’epoca era sindaca Letizia Moratti e questo dimostra che destra e sinistra, quando non hanno senso estetico, pari sono.

Attenzione: non condanno il “Fuck Yeah” implicito nel dito mozzato dell’auriga romano (sì, va detta la verità ai nostri bambini: il dito medio in Piazza Affari è quello che sta in mezzo agli altri due della mano alzata per fare il saluto romano), ma lo sberleffo del ragazzino contro la Borsa simbolo dei capitalisti brutti e cattivi. Si poteva consentire di farlo a un quindicenne incappucciato che blatera di capitalismo dopo aver sfogliato per la prima volta il Manifesto (nel senso del quotIdiano): chi non è mai stato antifascista e anticapitalista in gioventù? Poi si diventa grandi e con grande scorno di Michela Murgia diventiamo tutti fascisti.

Anch’io sono un iconoclasta, ma sono anche meno che un esteta disarmato: butterei giù la statua di Indro Montanelli per indegnità artistica e il saluto romano dimezzato di Cattelan per indegnità scemologica.

P.S. Quando la (non) mafia piazzò la bomba in via Palestro a Milano nell’estate del 1993, l’opera d’arte che più di tutte celebrò quello strazio (poi esposta insieme ad altre al Padiglione di Arte Contemporanea) la realizzò Maurizio Cattelan: un bouquet di fazzoletti gialli per asciugare le lacrime dei parenti delle vittime delle stragi. Un bouquet di semplici fazzoletti gialli e nulla di più. Contro il gigantismo gestuale del monumentalismo iconoclasta basta poco.

 

Emanuele Beluffi

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